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Uno spazio dedicato in cui sapere di potersi fermare, sentirsi accolti, accuditi. Un ambiente privo di aspettative o giudizi. Uno spazio in cui lasciar sedimentare, recuperare sé stessi, i propri ritmi e riprendere una relazione serena con il proprio corpo.
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Arymo / Self-Care  / Il coraggio di essere amorevoli

Il coraggio di essere amorevoli

Riscoprire il valore della tenerezza in tempi duri

Durante questi anni di insegnamento mi capita sempre più spesso di incontrare persone che si avvicinano alla pratica con un senso di urgenza che sembra volerli spingere a recuperare il tempo perduto per raggiungere quello stato di beatitudine e serenità che migliaia di immagini dedicate allo yoga trasmettono quotidianamente su tutti i mezzi di informazione.  Esistono pubblicità di prodotti finanziari, alimentari, cosmetici, che infilano la foto di uno yogi a occhi chiusi e gambe incrociate per alludere a un’idea di benessere e serenità. L’uso smodato di questa iconografia sta diventando ridicolo e fuorviante.

Fino a qualche anno fa le persone venivano a fare yoga per problemi di schiena, oggi arrivano per curare l’ansia e si avvicinano alla pratica con la stessa agitazione con cui affrontano qualsiasi altro compito della loro vita. 

L’incontro vero e proprio con la pratica spesso rimette tutto nella giusta prospettiva, tuttavia, si avverte sempre di più l’urgenza di ottenere risultati tangibili e verificabili fin dalle prime settimane di pratica.

AMOREVOLEZZA E ASCOLTO

Nello Yoga il contrario di essere attivi non è essere passivi, ma diventare ricettivi
[Cindy Lee]

Come insegnante non posso fare a meno di ricordare i miei inizi pieni di ansia da prestazione quando ogni lezione era l’occasione per testare la mia flessibilità, forza, equilibrio e resistenza. Mi ci è voluto un po’ di tempo per capire che il cuore dello Hatha Yoga non risiede nella prestazione (e meno male!).  Ora che insegno cerco dunque di dirigere subito il focus su un cambio strategico di prospettiva, che è il punto di partenza di un processo di trasformazione interiore. Questo processo accade spontaneamente, non appena si cominciano a inquadrare obbiettivi e priorità in maniera diversa.

L’attenzione viene spostata progressivamente dal fuori (la forma del corpo) al dentro (il respiro, il flusso dell’energia); dalla dimensione del fare a quella dell’essere (e dello stare bene), per cominciare a stabilire una relazione più morbida e rilassata nei confronti di noi stessi e di questo povero corpo che non può far altro che seguirci fedelmente in tutte le nostre avventure, più o meno azzardate.

Spesso scopriamo di non essere disponibili a concederci amorevolezza e tempo, c’è una voce interiore che ci pungola continuamente come se, in fondo, non meritassimo tanta considerazione. Eppure, è proprio un’attenzione curiosa e dedicata che ci porta ad intenerire lo sguardo verso noi stessi. 

Se vissuta in “modalità performante” l’immobilità dell’asana diventa uno strazio, un tempo infinito in cui combattere una lotta assurda con noi stessi per resistere, restare, spingere, raggiungere. Il tempo sul tappetino è così l’ennesima prova da superare, per nutrire un ego avido, ipertrofico e insaziabile di conferme e successi.

DOV’E’ IL RESPIRO?

Nella pratica degli Asana impariamo ad accogliere ogni respiro, a fare tesoro di ogni cellula del nostro corpo. Il tempo trascorso nell’immobilità sul tappetino è amore in azione
[Rolf Gates]

La chiave di tutta la pratica si scopre nella resa, quando si intuisce che l’asana e la forma del corpo sono un semplice mezzo per generare un contatto meraviglioso con il suo contenuto. Quando attraverso il progressivo lasciare andare (di corpo e mente), si consente al respiro di muoversi e di scorrere sempre più profondamente.

Si diventa sensibili al flusso nutriente e costante che ci attraversa, si assaporano chiusure e aperture, pulsazioni, vibrazioni, ondate di energia che torna a espandersi dopo essere stata trattenuta. Si definiscono confini sempre più espansivi ed espandibili del nostro immenso spazio interiore. Il corpo diventa allora un territorio avventuroso e inesplorato da scoprire ogni volta con senso di curiosità e sorpresa.

Quando crollano tutte le barriere e il corpo si arrende all’asana, accade lo stupore di un incontro commovente, tenero, quello con la vita intelligente che ci abita, con la possibilità di sentirla, tastarla, assaporarla istante per istante nelle varie parti del corpo. Sgorga quasi sempre un senso di gratitudine.

A questo punto cominciamo a comprendere il senso degli esercizi di respirazione, che ci permettono di modificare il ritmo e il flusso, per familiarizzare con diversi tipi di energia.

Quando inspiri torni a te stesso,quando espiri rilasci ogni tensione
[Thich Nhat Hahn]

Mi piace pensare al respiro come ai sassolini della fiaba di Hansel e Gretel lasciati fiduciosamente sul sentiero per ritrovare la strada di casa. Il filo del respiro ha il potere di riportarci sempre a noi e a quello spazio meravigliosamente accogliente e silenzioso che può essere la nostra interiorità. 

Anche quando la mente è agitata, stanca, ansiosa e ci sembra di essere risucchiati in un vortice indomabile, il recupero del respiro ci permette di ritrovare la strada. Adagio, adagio, passettin-passettino, con una pazienza infinita verso noi stessi, un respiro dopo l’altro, mente e corpo si risintonizzano nella quieta immobilità dell’asana, reimparano a scandire lo stesso ritmo e lo sguardo interiore può tornare a espandersi. La visione può aprirsi verso modalità nuove di essere e di recepire che modificano significativamente le nostre priorità, i nostri legami, l’approccio stesso alla vita.

Ciò che accade sul tappetino durante la pratica è dunque propedeutico a una trasformazione sostanziale delle nostre abitudini: è un processo stupefacente, difficilmente quantificabile se non guardandosi alle spalle, per scoprire che in effetti, quando abbiamo cominciato a praticare, eravamo persone diverse.

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